Sopravvivere al divertimento

Sono stata con molti uomini, dai 18 anni in poi. Prima ero estremamente timida e diffidente, prima erano tutti solo amici. Come direbbe poco delicatamente un mio amico, ero cazzofobica. Avevo paura di darmi, sia mentalmente che fisicamente. Ero insicura, non sapevo cosa avrebbero pensato di me, come mi avrebbero giudicata. Non sapevo come funzionavano certe cose. Quelle cose. Quelle del tipo che uscivi con uno e gli interessava parlare con te. E gli importava di fare sesso con te. E dopo non gli interessava più dell’uno né dell’altro. Non sapevo come si sopravviveva all’umiliazione del divertimento.

Poi, mi sono divertita e basta. Era così che si sopravviveva.

Tra un mesetto e mezzo compio 32 anni. E’ un po’ triste fare un bilancio prima del compleanno, ma a mia discolpa e dall’alto della mia severità autoinflitta, dirò che li faccio tutti i giorni. Farli in prossimità di un’unità in più sull’abaco aggiunge megalomania alla conta degli errori e delle vittorie.

Dicevo… poi mi sono divertita e basta. Divertita a piacermi, a piacere, a godere, a conoscere, a lasciarmi corteggiare e a lasciarli andare. Divertita a studiare gli uomini, le donne, il sesso, i sentimenti. Mi ha guidata la mia voglia di scoprire.

E ho scoperto, udite udite, l’acqua calda. Che dall’altra parte del letto c’erano persone che avevano paura e curiosità, voglia di giocare e sopravvivere. Esattamente come me. Ma, troppo spesso (è quasi un cliché nella mia vita romantico-sessuale), al contrario di me avevano scelto di vivere un altro gioco, forse un po’ più serio, con un’altra donna. Dico davvero, mi fa quasi impressione la quantità di uomini già accalappiati che ci hanno provato con me. E’ una percentuale di gran lunga maggiore di quelli che ci sono riusciti, ma anche questi fanno parte di un gruppetto folto. Non voglio tornare alle banali conclusioni dell’acqua calda. Solo che mi viene da ridere.

Mi hanno detto (donne sedicenti caste e sagge) che il mio essere così socievole fa credere agli uomini che io sia più disponibile di quello che in realtà sono. Ho un atteggiamento da ragazza facile. 

Me lo disse, un giorno, anche mia sorella, su un traghetto per Messina. Quando, allora 14 enne,  avevo fatto leggere i programmi televisivi della settimana a un ragazzino che mi aveva chiesto di poterli sbirciare sul Tv Sorrisi e Canzoni che stavo sfogliando. Guardavo il mare, mentre mia sorella mi diceva quello che lo sconosciuto aveva pensato di me. Quello sconosciuto che “non voleva affatto vedere i programmi tv”.  Guardavo il mare e ridevo di mia sorella, così seriosa. E ridevo di quello che avrebbe potuto pensare la gente, davanti al mio sorriso. Sì, ridevo dell’opinione della gente. Ma la presunta opinione di quel ragazzino mi faceva male.

Ecco, ero appena diventata cazzofobica.

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Il Tutto.

Sto leggendo “La Teoria del Tutto” di Stephen W. Hawking. Ieri, ho finito di leggere “La ragazza del treno” di Paula Hawkins, iniziato due sere fa. Un thriller che non ti fa dormire, perché hai troppa voglia di finirlo. E allora smetti, momentaneamente, per troppo sonno. Mi sono resa conto che il cognome dei due autori sarebbe uguale se non fosse per l’ultima lettera. I due libri, invece, sono lontani anni luce. La parola “hawke” (falco) mi ricorda, per l’ennesima volta, il film Lady Hawke. Che, a sua volta, mi ricorda la storia tra me e il mensile. Nel frattempo, ho sbattuto con le costole contro una mensola troppo bassa. Non l’ho montata io, sia chiaro. C’era già.

Questa casa mi sta stretta. Voglio bene a Caronte. E’, forse, l’unica persona con cui vivrei adesso.  Ma vorrei una casa solo mia. Purtroppo, non ho abbastanza soldi.

Ora mi manca un po’ il respiro, il cuore batte forte nel torace. Mi sento inadeguata. Il “tutto” mi sfugge di mano, sono inutile. Sono distratta, superficiale. Diversa da me stessa… o forse no? Una musica latinoamericana sale dalla strada, fino alla mia finestra, accompagnata da grida euforiche disegnate da finestrini abbassati e gomme ostinate. Evidentemente, o probabilmente, il semaforo sotto casa era verde.

Il tutto è bloccato, qui, insieme al dolore delle mie costole destre. Il tutto si è conficcato nello spigolo. Il tutto mi sta dicendo che, nonostante il mio malato ottimismo, io non sono abbastanza, non sono come vorrei. Non sarò mai abbastanza. Hawking dice che “i buchi neri non sono poi così neri”. Hawkins, nei panni di Rachel, scrive: “Rimarrà sempre un buco nero nella mia vita”.

“Cosa vorresti fare che non abbiamo mai fatto?”

bondageIl Mensile si sposa. Me l’ha detto in una mattinata di inizio luglio, aggiungendo: “Ci possiamo vedere sabato notte?”. Ho riso, un po’ dispiaciuta. Non perché stia male all’idea del mio trombamico che mette su famiglia, ma perché le due frasi “Mi sposo” e “Ci possiamo vedere?” non dovrebbero stare nella stessa conversazione. Perché gli voglio bene e quindi… che cazzo stai a fà? Quella notte abbiamo parlato poco del grande evento. “Comincio a rendermi conto e ho l’ansia” mi ha detto sotto la luce della luna che entrava dalla finestra spalancata. Le 4 di mattina. Lei dov’è? “E’ partita per qualche giorno con le amiche”. “E tu sei corso qui”. “Non voglio che le cose cambino tra noi”. “Ti sposi, cambiano per forza. Stai per prendere l’ennesimo impegno”. E’ andato via con il solito abbraccio e bacio sulla fronte.

Durante l’estate ci siamo sentiti, conversazioni tranquille. Ma i mesi passano e il momento si avvicina. E lui ha paura di non aver fatto tutto e di non poterlo più fare. Un condannato a morte. “Cosa vorresti fare che non abbiamo mai fatto?” mi ha chiesto. “Mi pare che ci siamo sempre divertiti spontaneamente, quindi quello che volevamo fare, probabilmente, l’abbiamo sempre fatto”. “Niente di diverso?”. “Che ne so… puoi legarmi, mi piace. Così, però, mi metti ansia… non amo le cose organizzate”. “Stavo pensando che vorrei fare una cosa con te e un’altra donna”.

Ho finto di assecondarlo. Ho detto che avrei cercato. Ma non mi va di esaudire questo desiderio. Non mi va di vederlo andare all’altare con una donna che non desidera, non quanto desidera me. Però, la ama. E allora? Forse, l’ha solo resa una donna-angelo e, magari, lei non lo è e non lo vuole essere. Non saprei, non la conosco. Quello che so è che sono cambiata. E il mio addio sarà la cosa più intima che riesco a immaginare, non gli concederò l’illusione di rompere le catene. Al massimo, se mi lega al letto, gli concedo di pensare che sono in trappola anch’io.

“Che cos’è? La nebbia?”

Nuovo capitolo, ma anche nuova faccia e nuovo titolo del blog. Gobbe e buoi dei pub tuoi (prima ancora Quale gobba?) si ispirava a una dialogo di Frankestein Jr, in cui il dottore vuole aiutare Aigor con la sua gobba. Ma lui, stupito, gli chiede: “Quale gobba?”. Non riesce a vederla, pertanto non trova che questa costituisca un problema da risolvere. Di gobbe che non volevo vedere ne avevo tante e, probabilmente, me ne spunteranno di nuove. Ma il “problema”, stavolta, è un altro: “E’ partito un pistone”. Come nel dialogo tratto dal film The Blues Brothers.

Elwood: Oh, no!
Jake: Che cos’è? La nebbia?
Elwood: No, è il motore. È partito un pistone.
Jake: Poi torna?
Elwood: No.

Non torno indietro neanche io. L’ultimo capitolo si è chiuso con il matrimonio di una delle mie più care amiche, Nazca, con il funerale della mia nonna paterna e con una bugia inutile smascherata.

Durante i due giorni di festa e adrenalina per il matrimonio, mi sono ricordata di quanto siano importanti e pochi gli amici veri. Mi sono sentita una stupida per aver trascurato Nazca negli ultimi anni. Ci siamo trascurate a vicenda, ok. Per il lavoro, ok.

Ok, il cazzo. Non si fa e basta. Il lavoro non deve distruggere la nostra vita privata. Gliel’ho permesso per un po’ di tempo, ma ora è il momento di riprendere i piacevoli impegni del non lavoro.

Me l’ha detto anche mia nonna, nell’ultima telefonata che le ho fatto, circa 10 giorni prima che morisse. “Io che ho lavorato dietro il bancone di un bar per 50 anni so cosa significa lavorare così tanto, dalla mattina alla notte. So cosa significa tornare a casa e dormire appena si poggia la testa sul cuscino e crollare per la stanchezza. Ma fatti dire una cosa: lavora per stare meglio, non per stare peggio. Lavora per godere i frutti del tuo lavoro”. Queste parole, pronunciate da lei, hanno smesso di essere banali e scontate. Mia nonna ha messo, per tutta la sua vita, il lavoro in primo piano. Gli affetti nel piano che capitava. Ho passato 31 anni a cercare di piacerle e, quando è morta, sabato scorso, ho pensato che avrei voluto un po’ di tempo per dimostrare che meritavo le sue attenzioni, che non ero un’incapace, che sapevo e potevo fare tanto. E’ l’unica persona con cui mi sia mai vantata in vita mia, provando a rendere le mie gesta più belle  ai suoi occhi. Le ho voluto sempre bene e lei a me. Ma non l’ha mai saputo dimostrare, tranne nell’ultimo anno, in cui mi ha regalato la gioia di ritrovare una nonna. Per poco, ma almeno abbiamo fatto in tempo.

Questo nuovo capitolo è iniziato con un libro da continuare a scrivere, un croissant alla marmellata mangiato a letto, contorcendomi per non fare briciole. E la mia faccia pallida quando ho scoperto che l’uomo di vent’anni più grande che vive in un’altra nazione è divorziato come mi aveva detto. Ma solo con la prima moglie. Mica con la seconda.

Ovviamente, questo secondo matrimonio non era mai stato menzionato. E allora è solo di vent’anni più sfigato di quello che voleva farmi pensare.

Il mio nuovo capitolo non vuole questi personaggi, ma, purtroppo, non posso decidere come andrà davvero la storia. So che inizia con una protagonista sempre uguale e sempre in evoluzione. Già cambiata in tante cose. In primis, nella determinazione e nella fiducia in se stessa. Ma, se mai doveste vederla vacillare, non esitate a sculacciarla. Anzi no, ché questo le piace ancora.

Laurea per reagire

C’è Saturno nel mio segno, da ieri. Ci rimarrà per tre anni e, l’ultima volta, c’è stato trent’anni fa. Me l’ha detto Branko. E mi ha detto anche che è il pianeta del tempo e della pazienza. Mi ha detto che taglio i ponti con alcuni legami del mio passato.

Ne parlavo l’altra sera con Marco. Io l’ho chiamata scrematura, lui selezione naturale. 

Dall’ultima volta che ho scritto su questo blog, a marzo, molte cose sono cambiate.

Ho chiuso il mio pub: le cose non andavano bene e ho capito, a mie spese (com’era giusto che fosse), che avevo giudicato male i miei soci e me stessa. Il giorno prima dell’apertura viaggiavamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda, avevamo le stesse idee sulle scelte professionali (dall’offerta, ai dipendenti, al marketing, al target).Poi succede che, quando tocca mettersi le mani in tasca, allora ognuno vuole risparmiare su cose diverse. E lì si capisce che le lunghezze d’onda erano totalmente differenti, le idee erano solo fantasie e la squadra era solo un terreno per emergere sugli altri. Ho fatto una grande cazzata: mettermi a tacere. Succede, a volte, che per un eccesso di autocritica, ci si renda conto di essere insopportabili. Di incavolarsi per la minima cosa, di impuntarsi sulle proprie fissazioni. Per rimediare, si abbassano i toni. Nel momento in cui l’ho fatto, ho deciso che le mie idee valevano meno di quelle altrui. Mi pento solo di questo.Che le cose potevano andare male faceva parte del gioco. Dov’è il rischio se non si perde nulla? Ho perso un’amica, che è andata nel panico e ha deciso che lei non voleva affondare. “Allora, affondate voi, stronzi, io me ne lavo le mani”. Ma un’amica così, alla fine, non era un’amica.  I soldi sono diventati l’unico metro di giudizio attendibile anche quando si parla di rapporti umani, di sentimenti. Che tristezza. Ma almeno ora lo so. Faccio prima.

Dopo la porta (che ancora non si è chiusa del tutto: ho un po’ di debitucci da smaltire), si è aperto un portone. Ho ricevuto talmente tante offerte di lavoro che per ringraziare tutti dovrei scrivere un libro, non basterebbe una pagina. E ogni persona che ho ringraziato di persona mi ha risposto: “Chi non vorrebbe lavorare con te?” o anche “il giorno in cui tu non troverai lavoro, saremo tutti nella merda”. Bello. Senza saperlo, ho costruito tanto.

Ma torniamo al portone. Una di queste offerte l’ho accettata. Adesso lavoro in un ristorante che, quando tocca risparmiare, non abbassa mai lo standard qualitativo. Che mette al centro la soddisfazione del cliente e non i capricci personali. Ho ritrovato gli stimoli a crescere che mi hanno fato amare questo lavoro. E tra un po’ divento socia (il lupo perde il pelo…).

Parlavamo di scremature, giusto? Ebbene, la Seconda Casa  ha chiuso. E molti di quelli che credevo amici veri sono spariti. Evidentemente, erano solo amici da dopo lavoro, amici di bevute. Amici nei momenti di svago. E sì, gente, si cambia. E cambia l’ambiente, i sogni, le abitudini. Si cresce, forse. Io mi sento cresciuta e cambiata, mi sento di voler cominciare un altro capitolo, da aggiungere a quelli che ho scritto fino adesso. Ho di nuovo quella scarica di adrenalina di cui mi devo nutrire di tanto in tanto.

Io e il Galletto ci siamo rivisti per un po’ e adesso ci stiamo allontanando inesorabilmente. Un altro mi ha fatta emozionare, ma è volato via, anche lui, portato lontano dalla paura di cominciare. E ora sono nei pensieri di un uomo che ha vent’anni più di me e vive in un’altra nazione. E lui è nei miei.

E ricomincio a fare pole dance anche quest’anno e a impegnarmi come se dovessi fare le Olimpiadi. A sudare e volare come se tutti i pali del mondo siano stati inventati per farmelo fare. Sudare e volare.

E ricomincio anche a scrivere (ve ne siete accorti?). Rimetto in discussione la mia vita partendo dalla mia natura: io sono scrittura. Non me lo voglio più dimenticare.

Il tuo diploma in fallimento è una laurea per reagire. (Afterhours)

Buon cambiamento a tutti 🙂

change

Ritenta.

La seconda possibilità. Davvero ce la meritiamo tutti? Davvero cambia le cose? Non mi è sempre stata data una seconda possibilità. Spesso non l’ho data nemmeno io. E chissà quante volte non me l’hanno nemmeno chiesta. Poi, c’è chi se la prende di diritto, la sua seconda chance. La sua rettifica. Cioè, non ero io quello, ora ti faccio vedere. Cioè, sono un coglione, perdonami. Cioè, mi manchi. Oppure: “Perché mi hai chiesto di uscire di nuovo insieme? Sono passati due mesi”. “Perché mi andava”. Se fosse stato uno stronzo, gli avrei lanciato il piatto di tapas in faccia. Invece, era lui.

Che, con tutta la sua timidezza e il suo senso di inadeguatezza, dopo due mesi di indecisione e paura, mi aveva detto che ero troppo coinvolta. Mi ero fatta una risata (mentre nella mia mente si inseguivano scene di sesso nei bagni della Seconda Casa e nel mio letto accogliente, con un rockettaro che mi ha suonata come se fossi il suo basso, durante un concerto con l’Olimpico pieno) e amici come prima. Ed eccolo lì, che mi tiene la mano mentre ordina un’altra birra e si scusa perché, durante un evento dedicato alle birre acide, lui sta bevendo una birra affumicata. Eccolo lì, che dopo aver parcheggiato sotto casa mia, mi chiede: “Che faccio, parcheggio?”. Ed eccomi lì, a pensare che la voglia di scopare è l’unica cosa che accoppa l’orgoglio. E a domandarmi, annaspando nel mare del post orgasmo, se davvero servirà a qualcosa.

E dai, lasciatemi fare.

novelle autunnali

Non fa più caldo da quando l’ho detto io.
Avete mai provato a cercare di raffreddarvi anziché riscaldarvi? Avete mai rinunciato ad un pasto caldo per uno freddo?Avete mai preferito il freddo battito dei denti al caldo battito di mani?
Si? Oppure il freddo vi piace soltanto fotografarlo? Oppure, meglio ancora, pensate che il caldo sia solo quella piccolissima fetta di vita che ingloba l’abbronzatura e le creme, i rayban e i bikini, gli happy hour e i colpi di sole?
Vi piace il freddo, me lo venite a dire sussurrando, e mi fate anche capire che per freddo voi intendete il caldo che lo ammazza.
Tutti in gruppo, tutti in massa, con le infradito, si stanno spostando già verso la riva delle loro spiagge, con la sabbia bianca pallida e le pietre taglienti alla deriva dei continenti. Chilometri di scogliere frastagliate e loro niente, si autoacclamano fotografi frustati. Sapete…

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